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Pachino Promontorio La Repubblica Palermo se la violenza rompe gli argini Pippo Russo

Se la violenza rompe gli argini del conflitto (Articolo Repubblica-Palermo)
Cari amici, ecco l'articolo che oggi è stato pubblicato da Repubblica-Palermo. Buona lettura.

Forse generalizziamo. E condizionati dall’emotività dell’immediato rischiamo di trarre conclusioni affrettate da fatti siciliani recenti. Eppure l’impressione che ne traiamo merita d’essere esternata, a costo d’incappare in un errore di valutazione e prospettiva. E tale impressione è quella di vivere nell’Isola un tempo improvvisamente incarognito, crudo per regressione dentro i gironi d’una violenza ferina. L’orrenda morte dell’avvocato Enzo Fragalà costituisce l’episodio più eclatante. Ma altri, seppur non tragici, sono avvenuti lasciando il segno. L’aggressione subita da Salvatore Maugeri, il sindaco di Mascalucia, a opera di un concittadino che ha visto non soddisfatta la richiesta di un posto di lavoro per un parente; e l’assalto a un bus dell’Amat a opera di un gruppo di ragazzi intenzionati a dare una lezione a due controllori. Episodi scaturiti in modo diversi (il primo a esprimere una violenza da frustrazione lungamente covata, il secondo segnato da un’esplosione incontrollata d’odio verso figure di pubblici ufficiali). Di sicuro, due circostanze di più facile lettura rispetto a quella di cui è stato vittima Fragalà; la cui interpretazione si era indirizzata dapprima verso la sfera delle questioni personali e professionali, per poi puntare verso gli ambiti della malavita.
Ma al di là della diversità degli accadimenti e della distinta soluzione che a essi sarà possibile dare in termini di repressione del reato, rimane come sfondo comune l’impressione di un mutamento di segno della violenza come codice espressivo nelle cose siciliane. Come se il clima culturale che presiede alla quotidianità minuta avesse segnato un improvviso scarto verso le maniere sanguinarie, trasformate in metodo corrente per risolvere le controversie. E come se l’idea stessa di conflitto sociale fosse diventata un filtro troppo debole per canalizzare l’animosità latente, naturalmente secreta da relazioni sociali che nascono con un segno opposto rispetto a quello del consenso. Il timore sottostante è che stia cedendo una grammatica del conflitto sociale, per effetto di un clima sociale corrosivo mai così prossimo a un’esplosione. Ché, come insegna il pensiero sociologico, il conflitto è già consenso, perché cristallizza l’idea che esso si conduca fra parti strutturate e intenzionate a confrontarsi alla ricerca di uno sbocco, seguendo il metodo di contrapposizione più o meno formalizzato che esse sanno darsi. E alla fine l’esito potrà accontentare tutte le parti in questione o scontentarne alcune a beneficio di altre, ma sarà comunque accettato come l’unico che potesse maturare nelle condizioni date. E invece i fatti citati aprono uno squarcio su uno scenario allarmante, fatto di soluzioni perentorie e cruente a liti che non fanno nemmeno in tempo a diventare conflitto e procedono dritto verso la soluzione immediata. Senza che venga accettato uno sbocco diverso dalla realizzazione dell’interesse egoistico.
Anche i ruoli rivestiti dalle vittime degli episodi sono indicativi del mutato clima culturale. Un avvocato con ampio pedigree politico, un sindaco, due pubblici ufficiali. I primi due rappresentano un’élite di particolare estrazione, in una terra nella quale la struttura del potere sociale non si è mai emancipata dalla matrice notabilare. I terzi incarnano, in qualche misura, l’autorità: normalmente, in Sicilia, oggetto di diffidenza e persino di dileggio laddove possibile, ma comunque qualcosa da tenere a distanza. Laddove la distanza significa anche reciproca preservazione e dunque mutua rassicurazione. L’attacco fisico cruento (e in un caso fatale) a figure di questo genere assume dunque un significato che va oltre i casi personali e le specificità che li hanno portati a maturazione. Ciò che emerge è la cancellazione di una barriera tra forme del potere esercitato (e percepito) in una società notabilare e reazione da esse alimentate. Come se d’un tratto si fosse smarrito il senso che alcune figure siano intoccabili. Quella del professionista che nell’esercizio del proprio ruolo può anche determinare un esito non gradito al committente (ciò che rientra nel ventaglio delle possibilità quando vengono maneggiate controversie dall’incerta conclusione); quella dell’esponente politico locale che gestisce il consenso attraverso il rapporto diretto, credendo che i tempi attuali consentano ancora un esercizio del genere; e quello dei pubblici ufficiali che applicano il loro compito e credono di potere ancora essere percepiti soltanto come “sbirri”, e dunque di potersi avvalere del costume diffuso per cui l’agire dello “sbirro” viene accettato “obtorto collo” come l’ennesima manifestazione di un’autorità ostile, quella dello stato. Tutto ciò pare messo pericolosamente in mora, mentre la Sicilia dei problemi eterni pare scoprire all’improvviso che l’Eternità non le basta più. E’ verso, forse stiamo soltanto dipingendo un quadro impressionistico, cadendo nell’errore di ingigantire nell’attualità cose che in altri tempi sono ugualmente accadute e erano soltanto state accolte da enfasi minore. Siamo i primi a augurarci che le cose stiano davvero così.

Pubblicato il 12/3/2010 alle 13.56 nella rubrica Diario.

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