Roma, 26.07.2009 | di Francesco Merlo*
L'eroe umiliato dal contrappasso
Giuseppe Fava
Ed
è una vergogna che segnaliamo alla sensibilità del capo dello Stato e
all´intelligenza del ministro Tremonti perché trovino il contravveleno
all´ordine di pignoramento, ovviamente legittimo, del tribunale di
Catania. Questa legittimità formale di un assurdo reale, infatti, nella
terra dello scontro fra Stato eAntistato, rischia di diventare lo scudo
stellare della compiacenza mafiosa, un (involontario) devastante
ammiccamento ai picciotti: una festa di mafia.
Tra i creditori
c´è la Regione del presidente Lombardo, il leader sicilianista del
partito del sud, quello che ha affidato la Sanità a un magistrato
antimafia, Massimo Russo. A Lombardo spetterebbe il gesto di civiltà:
una leggina, come si dice in slang, che annulli il credito regionale e
copra il resto del debito: cartiere, telefoni... Con spese procedurali
e interessi, il debito da 38mila è lievitato a 72mila euro, da pagare
entro settembre. Per la Regione sarebbe un piccolo costo per un merito
grande. Non è vero, presidente Lombardo?
E sarebbe magari il
primo di una nuova serie di risarcimenti che, non si capisce perché,in
Italia sono dovuti per legge alle vittime del terrorismo ma non a
quelle della mafia, eroi per caso e per vocazione, innocenti e
combattenti, uomini come Pippo Fava appunto che, già prima di dedicarsi
alla lotta alla mafia, era un artista geniale che somigliava moltissimo
alla sua terra e alla casa che adesso pignorano aPalazzolo Acreide, un
nome da Magna Grecia, un teatro antico, un museo contadino, un
incantevole fiume, in un posto che all´acros, alla sommità, ha forse
solo Fava: Palazzolo Faveide.
È vero che pirandelliani e avvocati
di Sicilia subito chiederebbero di risarcire anche i mafiosi uccisi dai
mafiosi e ovviamente, i transgenici, oggi di gran moda, che hanno, per
esempio, una parentela sia con un assassinato e sia con un assassino
della mafia. Ci sono poi i cuffariani e i dellutriani, i condannati che
condannano, i mafiosi antimafiosi.
Ma sarebbe malinconico cercare
l´abusato e soffocante Pirandello nel pignoramento delle case dei
cinque giornalisti che stavano nel consiglio di amministrazione
dell´ultimo giornale di Pippo Fava, ‘I Siciliani´.Con il figlio di
Pippo, Claudio Fava, ci sono Graziella Proto, Lillo Venezia, Rosario
Lanza ed Elena Brancati che ha un altro cognome – nipote diretta – dove
tutti amano ricoverarsi.
La sera del 5 gennaio del 1984 il loro
maestro, il loro direttore di vita fu ucciso con 5 colpi di pistola
alla nuca a pochi passi dalla sede del Teatro Stabile di Catania, il
suo teatro. Ebbene loro, gli orfani, potevano o scivolare nel più tetro
sconforto o trovare l´energia per continuare a pubblicare il giornale e
ad accumulare altri debiti – neanche tanti, se ci pensate – senza più
quella guida che, nonostante le apparenze disordinate e le scelte
coraggiose, sapeva anche essere colto e riflessivo, esperto, per
traversie e sofferenze, delle cose della vita.
Dunque con il
coraggio di Fava, ma senza la sua prudenza (non c´è coraggio senza
prudenza), divennero i protagonisti della stagione antimafia e tra
proclami estremisti e denunzie concrete, ingenuità politiche e talenti
narrativi, avviarono quel processo che alla lungaha trasformato anche
la terribile città del boss Santapaola e dei quattro famosi cavalieri
dell´Apocalisse (così li chiamò, sfidandoli, Giuseppe Fava), i signori
assoluti dell´orrore urbano di calce e cemento, con le istituzioni
culturali, politiche, giudiziarie e poliziesche più zelanti, più
cortigiane, più colluse, tra morti ammazzati, paura, omertà e silenzio.
Ebbene,
di vivo e di ribelle c´erano allora solo i giovani - soprattutto, ma
non solo, i 16 dei ‘Siciliani´ - che montavano come una maionese. E
magari andavano a naso, con un radar (e Radar si chiamava la
cooperativa indebitata) al posto del cervello, in un mondo che è come
una lama affilata senza manico, un paradiso indiavolato che trasforma i
suoi abitanti in prigionieri di una povertà che è bellezza solo quando
è scarsamente frequentata dagli uomini. Diventa invece mafia non appena
si muta in oro, vale a dire in impianti petrolchimici, cattedrali nel
deserto, industrie del ficodindia, piani sregolatori, varianti,
parcheggi, metropolitane, concessioni edilizie e ovviamente amici
fidatissimi nei posti chiave della politica.
Di pochi di quei
ragazzi abbiamo seguito i destini, i successi e i nuovi slanci. Ogni
tanto c´è qualcuno che rende onore alla loro epica, quasi sempre senza
l´ironia temperata dall´amarezza dei Brancati e dei Pippo Fava. Non è
facile riprendere il filo rosso delle loro storie… Probabilmente senza
di loro la Sicilia sarebbe nelle mani, ancora e soltanto, dei clan
mafiosi, nel dominio della morte.
Ebbene, ritrovarli adesso con le
case pignorate significa assistere allo sfregio legale di una risorsa
morale. Sono incanutiti, qualcuno è disoccupato, non hanno più il passo
spavaldo e lo sguardo beffardo della squadra d´attacco che furono.
Eppure devono ancora ricorrere alle sottoscrizioni, alle indignazioni
dell´Assostampa e degli attori, alla prosa generosa di Dacia Maraini,
alla solidarietà personale del sindaco di Catania Raffaele Stancanelli
e dell´assessore Fabio Fatuzzo (entrambi di Alleanza nazionale)…
Ricordano
"Il Miraggio", quel racconto di Borgese dove si narra di tre amici che
attraversano il deserto e uno di loro è abbagliato dai miraggi e gli
altri corrono dietro a lui che corre dietro ai miraggi. Sino all´ultimo
miraggio che egli affronterà da solo perché - diceva Borgese - è da
soli, e con i miraggi, che ci si salva.
Ma in Sicilia non è vero,
non è da soli che ci si salva. Signor Presidente della repubblica,
signor ministro del Tesoro, signor presidente della Regione, nel paese
che è una folla di cognomi, si colpisce, legalmente, un marchio, un
logo, una memoria dell´antimafia. Come chiedere i danni alla famiglia
Falcone e agli eredi di Borsellino per le auto distrutte nell´agguato
di Capaci e nella strage di via D´Amelio.
*Tratto da: repubblica.it