Pachino promontorio Di Honor Frost La nave da guerra punica di Marsala La nave di longarini Pachino
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Nave Bizantina del VII Secolo e bizantinismi moderni.
Nell'articolo de La Sicilia di qualche giorno fà si facevano delle
ipotesi sulla posizione del ritrovamento della nave che non ho
voluto,per ovvie ragioni,contraddire: anche se per logica era palese
che la nave venne trovata nel luogo che ora il Signor Corrado Spatola
ha indicato.Ma la sua testimonianza da, allora, ai riferimenti storici
che ho introdotto, descrivendo l'invaso del pantano di longarini come
navigabile, una prova ulteriore prova che quell'area era di fatto
un'area portuale di grande proporzione che alimentava i rapporti con la
cittadella che ora è interamente sotto il fondo del mare di contrada e
punta di castellazzo Portoulisse e le antichissime saline che rimangono
alle spalle quasi a contatto con la contrade di Passo Corrado e Burgio
Ramaddini. La scoperta avvenne, dunque, durante le operazioni di scavo
che furono realizzati dal consorzio di bonifica per la costruzione
dello scolmatore e che costitui il luogo fisico del confine delle due
provincie di Ragusa e di Siracusa e di conseguenza dei due comuni di
Ispica e di Pachino.
Pertanto, nel 1964/65, quando il Sindaco di Pachino ,reacatosi a Riesi,
come Valdese praticante incontrò l'architetto Leonardo Ricci
dell'Università di Firenze, trovo occasione di parlare con lui della
possibilità di redigere il Piano Regolatore della città di pachino, che
in seguito ai luttuosi eventi dell'alluvione di Firenze e del crollo di
parte di Agrigento il governo italiano con la cosidetta legge Mancini
aveva imposto a tutti i comuni d'Italia di dotarsi di uno strumento di
pianificazione del proprio comune,la legge è la 765 del 1964/65. Quando
l'equipe dell'architetto Ricci, composta dagli architetti Silvestro
Bardazzi e d Ezio Bienaime,( con il quale siamo diventati, in seguito,
amici fino alla sua morte che ora prosegue con i contatti con la
figlia, anche Lei Architetto). I progettisti di quel primo Piano
avevavo indicviduato l'area di Longarini come suscettibile di
trasformazione idraulica ed urbanistica ,che sulla antica tradizione
dell'area di porto, ne avevano indicato nelle carte la possibilità
progettuale di realizzare un grandissimo porto da diporto che,
nell'ambito del mediterraneo centrale facesse concorrenza e da
dicotomica comunicazione con quell dell'isola di Malta per creare un
sistema da diporto di respiro internazionale. Quella idea suffragata da
fatti storici evidentissimi venne respinta dal voto e controdeduzione
dei servizi tecnici della Regione siciliana( per la cronologica esatta
si rimanda al mio sito Tesi di laurea). Pertanto i riferimenti del
Signor Corrado, che saluto, agli amministratori che non vollero
realizzare l'insediamento residenziale e turistico non possono essere
attribuiti a nessun amministratore locale. Poichè in questa area, da
sempre vi è stata, una indicazione di inedificabilità assoluta da parte
degli organi regionali.
Un cordiale Saluto Spiros |
La nave da guerra punica di Marsala
Honor Frost
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Un relitto eccezionale significa molto più
che l'insieme delle sue parti lignee. Infatti, questa poppa di
un'imbarcazione, estremamente ben conservata e priva di carico,
presenta caratteristiche uniche e ricche di implicazioni. Durante
lo scavo, alcune lettere dell'alfabeto fenicio-punico, dipinte
sul fasciame di pino con inchiostro nero, apparvero chiaramente.
Inoltre, le tavole avevano ancora il loro colore giallo originale,
così come il "pagliolo" (i rami frondosi posati
per proteggere il fondo dell'imbarcazione dalla zavorra) era ancora
verde. Immediatamente, sia le lettere che il colore degli elementi
lignei sbiadirono all'esposizione della luce e dell'ossigeno presenti
nell'acqua, ma non prima di far focalizzare l'attenzione sulle
condizioni chimiche che avevano permesso la conservazione del
relitto e - per ragioni di "nazionalità" - sulla
sua origine geografica. Di solito, il luogo dove le imbarcazioni
marittime
affondano non ha una grande importanza perché, diversamente
dal naviglio fluviale, esse non portano con sé alcun indizio su dove e
da chi furono costruite, o su quanti proprietari hanno avuto prima di
naufragare. Ciò
determina l'impossibilità di assegnare forme particolari degli scafi ad
una ben determinata regione mediterranea.
Di conseguenza, la nostra conoscenza dell'architettura navale
antica rimane lacunosa.
Invece, la "nazionalità" della nave di
Marsala è perfettamente chiara, dal momento che è
stata scritta sullo scafo dai suoi costruttori; inoltre, essa
naufragò quando era ancora nuova. La sua vicinanza a due
porti fenici è pertinente, sebbene ciò talvolta
causi confusione: a livello popolare, infatti, l'imbarcazione
viene collegata alla più nota Mozia fenicia e non alla
Lilibeo punica. Infatti il termine "punico" si riferisce
al nome romano per gli ultimi fenici che si stabilirono nel Mediterraneo
occidentale e che fondarono Cartagine. Tuttavia, il collegamento
merita una qualche considerazione perché, da un punto di
vista ambientale, entrambi i siti sono stati trasformati a partire
dall'antichità in modo tale da influenzare la comprensione
del relitto stesso.
Nel 397 a.C. i Greci della Sicilia orientale navigarono
all'interno della laguna e distrussero la città fenicia
sull'isola di Mozia. Essa fu rimpiazzata sulla terraferma dalla
città punica di Lilibeo (la moderna Marsala ) posta sul
capo all'estremità meridionale della laguna. Successivamente,
la laguna cessò di essere navigabile, perché gli
isolotti rocciosi si unirono insieme separandola dal mare aperto
(probabilmente a causa dell'allargamento dei depositi di sale
che, qui come altrove, furono sfruttati dai Fenici). Non appena
la secca divenne una lunga isola, Isola Lunga, il corso della
corrente venne bloccato e la laguna si insabbiò, divenendo
stagnante. L'altro nome dell'Isola Lunga, Isola dello Stagnone
(l'isola della laguna stagnante) si riferisce a questo avvenimento.
Inoltre, dopo che la corrente costiera principale non poté
entrare in laguna, iniziò a diminuire la sabbia portata
sulla punta verso mare dell'Isola Lunga e si andò formando
una lingua di terra chiamata Punta Scario, al di fuori della quale
fu ritrovata la Nave Punica.
Punta Scario fronteggia le Isole Egadi e, da queste,
è raggiungibile con venti minuti di
navigazione. Le Isole Egadi diedero il loro nome
alla vittoria navale romana avvenuta nella mattina del 10 marzo
del 241 a.C. e che pose fine alla Prima Guerra Punica. I reperti,
l'epigrafia e le determinazioni al Carbonio 14 concordano nel
datare l'imbarcazione a questo stesso periodo, mentre l'evidenza
archeologica indica un collegamento con la battaglia stessa. L'architettura
dell'imbarcazione e i reperti mostrano che non si tratta di una
nave mercantile, ma di un tipo di imbarcazione da guerra ausiliaria,
forse una Liburna, costruita in poco tempo. Dopo la battaglia
il vento cambiò di direzione, così che sul far della
sera, le imbarcazioni superstiti avrebbero potuto cercare riparo
sulla spiaggia più vicina ancora in mani puniche…
la presenza di altri relitti all'esterno di Punta Scario suggerisce
che così fu. Il breve sondaggio che fu condotto sulla "Nave
Sorella" (a soli 40 metri di distanza dallo scavo principale)
rivelò la struttura lignea di un rostro "a becco"
con una lettera fenicio-punica dipinta.
Fu nel 1969 che Diego Boninni, il capitano di un
draga che lavorava al di fuori di Punta Scario, diede la notizia
della presenza di legno sepolto appartenente ad imbarcazioni antiche.
Seguì una ricerca archeologica e, nel 1971, il movimento
del banco di sabbia espose (mettendo così in pericolo)
la poppa della "Nave Punica"; lo scavo di salvataggio
iniziò immediatamente e continuò per quattro campagne
annuali*.
Sott'acqua, il fondale di Punta Scario è mobile:
le tempeste invernali spostano banchi di sabbia, mentre la caduta
stagionale di Posidonia forma alti mucchi di foglie sulla spiaggia
che, marcendo, emettono solfato di ferro dall'odore caratteristico;
in mare, le foglie in decomposizione rimangono intrappolate attorno
a ostruzioni quali i relitti, formando gradualmente strati compatti
di foglie e sabbia alternati. In questo modo, si producono le
condizioni chimiche favorevoli alla conservazione della materia
organica (ma non dei metalli).
Il fatto che lo scafo della Nave Punica fosse nuovo
e la fretta del suo varo furono evidenti dalla freschezza dei
colori e dai segni degli attrezzi e, cosa ancor più strabiliante,
dalla condizione del mastice che fu usato per riempire ogni piccolo
vuoto occorso nel momento in cui le ordinate furono inserite nel
guscio di tavole dello scafo. Questo mastice non ebbe il tempo
di indurirsi poiché alcuni ramoscelli frondosi e pietre
di zavorra, posizionati al di sopra in stretta successione, rimasero
imprigionati in esso. Inoltre, mentre questo accadeva sul fondo
dell'imbarcazione, i carpentieri stavano lavorando sulle sue sovrastrutture.
I trucioli e le schegge di legni rari utilizzati per questi elementi
sono stati ritrovati mescolati con la zavorra e il pagliolo.
Lo studio della scrittura lasciata dai costruttori
ha rivelato le tracce di due sequenze alfabetiche, insieme a marchi
incisi di tipo più usuale; ciò dimostra che la forma
dello scafo dovette essere concepita prima della sua costruzione.
Inoltre, una delle lettere fenicio-puniche fu scritta da mani
diverse. Da ciò si deduce che lavorarono alla costruzione
della nave numerosi carpentieri dotati di un livello di allitterazione
ancora oggi sorprendente in cantieri navali tradizionali del Mediterraneo.
Il contenuto di questo relitto contrasta con quello
delle antiche navi da carico. Queste compivano viaggi regolari.
Di conseguenza, caricavano grandi contenitori per conservare l'acqua,
macine e mortai per preparare gli alimenti, grandi vasi per la
cottura e ami da pesca per procurarsi l'unico tipo di cibo fresco
disponibile. La Nave Punica non ha restituito alcuno di questi
oggetti, a parte piccole coppe e scodelle per porzioni singole,
mentre i liquidi erano conservati in anfore di forme diverse.
Ancor più inaspettatamente, sono stati ritrovati resti
di cibo tra cui vari tipi di carne (attestata da ossa con segni
di macellazione).
Dopo lo scavo, i resti in legno dello scafo furono
conservati (con il PEG); poi, dal 1978, furono assemblati a Marsala
in un edificio storico a Capo Lilibeo (Boeo) che è divenuto
in seguito un Museo Regionale. Il prossimo progetto è quello
di spiegare sia l'imbarcazione che il suo contenuto in un nuovo
allestimento della sala espositiva.
* LO SCAVO: in seguito
ad una richiesta delle Autorità Siciliane, la British School
di Roma incaricò Honor Frost di dirigere lo scavo, che
era sotto il patronato di Sir Mortimer Wheeler (British Academy),
Dr Richard Barnett (British Museum) e altri. I risultati furono
pubblicati annualmente sulla rivista International Journal
of Nautical Archaeology (London e New York). Non appena il
lavoro in cantiere giunse a conclusione, un rapporto completo
venne pubblicato dall'Accademia Nazionale dei Lincei (Roma) come
supplemento a Notizie degli Scavi di Antichità XXX,
1976.
Il lavoro sul campo venne portato avanti da una squadra
internazionale con conoscenze estese dall'ingegneria all'architettura
navale. L'ingegnere Peter Ball rimase capo immersioni dal principio
alla fine. Gli archeologi erano: il defunto Prof. William Culican
(Università di Melbourne); Dr. John Curtis (British Museum)
e l'epigrafista Prof. William Johnstone (Università di
Aberdeen). La provenienza delle pietre di zavorra è stata
identificata dal Prof. Georges Mascle (Grenoble); le ossa dal
Dr. François Poplin (Musée d'Histoire Naturelle,
Paris) e le piante dal laboratorio dei Royal Botanic Gardens (Kew).
I finanziamenti sono giunti da numerose istituzioni accademiche
europee e americane. A Marsala, l'aiuto non venne mai meno. Il
Dr. Pietro Alagna contribuì da un punto di vista logistico
sia durante lo scavo che, successivamente, per il funzionamento
del laboratorio di conservazi